giovedì 9 febbraio 2012

Chiunque, con i capelli lunghi ed un po’ di barba, può sembrare Gesù Cristo – vol.2

giovedì 9 febbraio 2012 0

Proprio in quel momento, un uomo basso, calvo, pingue e senza collo fa capolino dal bosco, tenendo in mano un cestino pieno di bacche. Sereno e spensierato, si ferma per un attimo ad ammirare i fiorellini tra l’erba. Passati in rassegna tutti i fiorellini, alza lo sguardo e vede Paperino che cerca di scalare la torre. Il cestino gli cade in terra, le bacche si sparpagliano fra i fiori. “Ci sta provando di nuovo”, pensa l’uomo, che inizia a correre in direzione della torre.

- FERMOOOOO!!  SCENDI DA LI’!!LASCIA STARE IL MIO MAXI!!
- Cielo, il mio carceriere! Sbrigati, mio eroe, sbrigati!!
- Ci sono, ci sono..un attimo solo e..

Il carceriere arriva davanti al cordone e, seppur con qualche iniziale riluttanza, inizia a scuoterlo, per far perdere l’equilibrio a Paperino. Questi, però, è praticamente arrivato: gli mancano solo un paio di metri al traguardo.

- Sì, continua così! – dice la principessa, estasiata, mentre il cordone diviene di secondo in secondo più resistente – Dai, che ci sei! L’ho capito appena ti ho visto che sei un eroe, che sei un papero speciale!
All’udire la parola “papero”, Paperino si blocca di colpo.
- H-h-hai detto…p-papero?
- Certo, sì! Papero! Perché, c’è forse qualcosa che non va? Tu sei un papero, quindi..
- E’ un’anatra, ignorante! – grida Zio Paperone.
- Massì, papero, anatra, cosa vuoi che cambi?
- Eh, cambia, cambia – risponde ancora Zio Paperone.

Paperino è di nuovo in crisi d’identità. Pur essendo ad un passo dal traguardo, non riesce più a muoversi, sconvolto nel profondo. L’essere messo un’altra volta di fronte alla dura realtà di non essere un papero l’ha paralizzato, esattamente come poche ore prima. La ferita era ancora troppo aperta. perché qualcuno potesse infilarci un dito dentro.
“Ora che è fermo, vado a prendere quel paper..cioè, quell’anatra e lo faccio secco”, pensa il carceriere, sguainando un coltellaccio e mettendoselo fra i denti.

- Ehi! EHI! Che vuoi fare! Che vuoi fare con quel coltello?! Lascia stare il mio eroe! – urla la principessa. Il carceriere comincia ad arrampicarsi sul cordone, che continua a farsi sempre più consistente.
- Ehi, Mr. Anatra! Guarda che quello sta salendo su a farti la festa! Ti conviene darti una svegliata! – continua ad urlare la principessa. Paperino, però, è ancora completamente immobile, con lo sguardo perso nel nulla ed un’espressione colma di desolazione. Intanto, qualcosa nel suo zaino, rimasto a terra, inizia a muoversi.

Il calvo carceriere è ormai giunto in prossimità di Paperino. La principessa strilla. Zio Paperone se la dorme, annoiato dalla vicenda. Il carceriere tiene una mano salda sul cordone, e con l’altra si prepara ad accoltellare Paperino. Mentre sta per sferrare il colpo, però, tre candide voci gli intimano di fermarsi.

- Lascia stare nostro zio! – urlano i tre.
Sono Qui, Quo e Qua, che fino ad allora erano rimasti nascosti dentro allo zaino di Paperino.
- E voi chi sareste? –, gli fa il carceriere, che evidentemente ha qualche remore nel commettere un delitto di fronte a degli infanti.
- Siamo dei paperi! E quello è nostro zio!– urlano baldanzosamente i tre.
- Non mi importa, ora prendo vostro zio e gli tiro il collo!

Paperino, inchiodato nella sua posizione, non fa una piega e non sembra nemmeno essersi accorto dell’arrivo dei nipotini. I tre paperotti afferrano il cordone e cominciano ad arrampicarsi, battaglieri.

- Oh mio dio, ANCHE DEI BAMBINI ADESSO! – fa la principessa. Il cordone diviene d’acciaio.

Nel frattempo, Zio Paperone viene svegliato da alcune grida provenienti da una capanna poco distante dalla torre. Incuriosito, e noncurante delle vicende dei suoi nipoti, si avvicina e tende un orecchio.

- Gl’ha levato Snaide, quella TESTA DI HAZZO!
- Però Maihò un lo leva, teshtone, caprone!
- Co i’Lecce, co i’Lecce!
- Bada Bongo!

Confuso, il vecchio papero (anatra) si allontana. Quando torna davanti alla torre, la situazione è questa:
la principessa geme, non si capisce se di piacere o di dolore;
Paperino è pietrificato, fermo nella solita posizione ormai da una mezz’ora;
il carceriere è ad un metro circa da Paperino, ma non ha il coraggio di ucciderlo davanti ai suoi nipotini;
Qui Quo e Qua si arrampicano con fatica, a tratti un po’ turbati dal cordone.
Lo Zione si rimette a sedere su un sasso, ad osservare la vicenda. Poco dopo, un uomo a bordo di una bicicletta molto vecchia, con una cassa di frutta legata sul manubrio, si avvicina alla torre.

- O che lavoro ll’è questo? [trad: “ma cosa sta succedendo?”] – dice il nuovo arrivato, con una voce che è un misto tra quella di un tabagista terminale, Sandro Ciotti e Pingu.
- Ecco, ci mancava solo lui – fa il carceriere, sconsolato.
L’uomo in bici riconosce il carceriere. – Oh! Bada Zatta! Oh Zatta pelata! Gnamo si va a piglià un caffè!
- Ma che caffè e caffè, vedi di toglierti dai coglioni, deficiente! – gli risponde il carceriere.
- Come ttu m’ha chiamato? COME TTU M’HA CHIAMATO? – Il nuovo arrivato, colmo di rabbia, scende dalla bici e si arrampica anch’esso, per raggiungere il carceriere e dargli il fatto suo.
- FATTI SOTTO, CAROGNA!

Il contraccolpo per l’aggiunta dell’ennesimo peso sul cordone fa sobbalzare in avanti la principessa, che geme di dolore e deve tenersi alla torre per non cadere di sotto.

Il carceriere, nel frattempo, fa il punto della situazione. Aggrappate al cordone ci sono ora sei tra persone, paperi ed anatre: il peso per la principessa è ormai, senza alcun dubbio, insostenibile. Dopo un rapido calcolo, pianta i piedi perpendicolarmente alla torre, e si mette a tirare con tutte le sue forze.

- Ora te lo stacco, così la smetti di calarlo giù per farti salvare dai cavalieri!
- La corda! Vuole staccare la corda! – dice Qui.
- Sì, ma dove è attaccata questa corda? Serve un bel pilastro per reggere tutto questo peso!– esclama Qua.
Il carceriere si volta verso di loro. – Ragazzi, ormai però dovreste averlo capito. Questa non è una corda, è un…
- CAZZOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!! – urla disperatamente la principessa, in preda al dolore più indicibile. – BASTAAAAAAA!! SCENDETE!!!
Paperino si risveglia dal suo stato confusionale. – Un..cazzo???  – chiede, sbigottito.
- Se questo gl’è i’cazzo, figuriamoci le palle – si sente vociare dal basso.
- Sì, proprio così – fa il carceriere, continuando a tirare. – Sorprendente, eh? Ha anche un nome: è il Maxi, il Maxi Lopez.
- Ma..ma..non è possibile che..cioè, voglio dire, saranno almeno 10 metri! – dice ancora un incredulo Paperino.
- PERCHE’ PENSI CHE MI CHIAMINO MAXI? – riesce a dire la principessa, mentre si dimena inutilmente.

Qui, Quo e Qua, più sotto, sono paralizzati, pietrificati nelle loro posizioni, esattamente com’era Paperino poco prima. Sapere la verità sul cordone ha tolto loro l’innocenza. Paperino, guardando i suoi nipotini, si dispera.

- Qui! Quo! Qua! Scendete subito da lì! Cristo! Lei..lei, signore, per favore, tolga quei bambini da quest’arnese!
- Icche? Quiqquoqquacche? I che deo fare io co Quiqquoqquacche?
Paperino capisce che è meglio lasciar perdere, e si concentra su Paperone.
- Zione, presto, svegliati!! – grida disperato. – Sveglia! Vieni qui!
- NO BASTA, PER FAVORE, UN ALTRO ANCORA NO!!!  – implora la principessa.

Paperone, destato dalle urla, si dirige ai piedi della torre.

– Cosa c’è, Paperino? C’è qualche problema?
- Che ti pare, vecchio rincoglionito? Ti sembra una festa questa?
- Beh, è un po’ l’alberto della cuccagna..
- L’albero dell..senti, muoviti, togli i nipotini da questo..albero! Alla svelta!
- Su, ragazzi! Venite da zio! – dice Paperone. Qui, Quo e Qua però non rispondono, impassibili, con un filo di bava che gli pende dai becchi. Paperone, allora, afferra il cordone e comincia a tirarsi su, deciso a spostarli personalmente.

- NO, NOOOOOOO!! IN SETTE NOOO!!!!CEDOOOO!!!!! – urla la principessa.
Il carceriere, approfittando del momento, si appresta a sferrare il colpo decisivo.
- ADESSO! – grida, tirando con tutte le sue forze.
I sette alpinisti precipitano fragorosamente a terra, mentre un urlo terrificante squarcia l’atmosfera terrestre ed una pioggia rossa inonda il circondario. – Bada Bongo! –, dice l’uomo che era arrivato in bici, scorgendo un vu cumprà nelle vicinanze.
Il carceriere è il primo a rialzarsi. Non sembra turbato dalla pioggia rossa, anzi: non gli pare il vero di avere delle macchie scarlatte sulla sua giacca nera.
Dopo essersi scrollato via un po’ di polvere, tira fuori il cellulare, compone un numero ed attende qualche secondo.
- Sì, salve presidente. Sì, è tutto a posto. C’è stato qualche problema, ma è tutto risolto.
Detto questo, riattacca, prende il cordone e, dopo averne staccato Qui, Quo e Qua (ancora in evidente stato di shock) se lo arrotola intorno al collo, tipo pitone, ed entra nella torre.

- Mah, – dice  Briatore (si era capito che è lui, no?), che risale in sella alla bici, parte e dice fra sé e sé “Quiqquoqquacche! In do ttu vo’ andà co Quiqquoqquacche!”.

Nel frattempo, gli assistenti sociali portano via Qui, Quo e Qua, plagiati a vita dall’episodio, ed il carceriere applica le prime cure alla bionda figura in cima alla torre, ora principessa a tutti gli effetti. Zio Paperone e Paperino, nonostante tutto il trambusto della vicenda, trascorsi pochi minuti si rimettono in viaggio, zaini in spalla.

- Io però te l’avevo det.. – prova a dire Zio Paperone.
- Zitto! Stai zitto, per favore! – lo interrompe Paperino.
I due camminano in silenzio per qualche minuto, entrambi con la testa bassa.

- Che giornata di merda – dice Paperino.

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sabato 4 febbraio 2012

Chiunque, con i capelli lunghi ed un po’ di barba, può sembrare Gesù Cristo – vol.1

sabato 4 febbraio 2012 0

Per festeggiare il ritorno di Bauscia Café (anche se qui siamo su Milanellobianco, ma vabbè) e per strapparvi alla noia di un sabato da reclusi in casa per il maltempo, ho preparato una grande e sorprendente avventura, dal titolo che non c’entra assolutamente un cazzo di niente con tutto il resto (o forse no, ripensandoci). L’ho divisa in due puntate, tipo Kill Bill, o le fiction con Amendola su Canale 5.

Un ritorno in grande stile, quindi, con una vicenda che toccherà argomenti anche molto delicati e di grande attualità, e vi emozionerà a tal punto che espellerete dal vostro corpo l’intero novero di secrezioni che le vostre ghiandole sono in grado di  produrre lavorando a pieno regime.

[se ad un certo punto della lettura vi doveste chiedere, "ma che c'entra con l'Inter il calcio ecc?", ve lo dico subito io: c'entra, c'entra]

Con quest’immagine poetica di voi che eruttate liquidi di vario genere e provenienza, tutti insieme, in un sol colpo, chiudo questo necessario preambolo e lascio lo spazio alla prima puntata di questa mitologica storia, che inizia in un modo che non t’aspetti.

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Paperino e Zio Paperone, zaino in spalla, si fanno largo fra le frasche di un bosco, in una landa sperduta. Sono in marcia da diverse ore, e Paperino inizia a lamentare una certa stanchezza: le provviste scarseggiano, l’acqua puzza ed il suo zaino è incredibilmente pesante.

- Quanto manca, Zione?

- Shhh! Taci! Mi deconcentri! Mi inibisci il fiuto!

- “Mi inibisci il fiuto”? Zio, ma come cazzo parli? Sei ubriaco?

- Taci, ho detto!

I due continuano a camminare in silenzio, per alcuni minuti, durante i quali Paperino rimugina a lungo sull’intera situazione. Ad un certo punto, sbotta.

- Eh no eh, ora basta! – dice, fermandosi. – Un giovane papero come me, nel pieno delle forze, costretto da un vecchio bacucco a vagare per ore in un bosco puzzolente, a migliaia di chilometri da casa, senza cibo, senza acqua, senza carta igienica! Un papero come me meriterebbe..

Zio Paperone si ferma e si volta, con rabbia. – Stai zitto, ignorante! Un papero, un papero..non sai quel che dici! Non sai nemmeno chi sei!

Paperino è spiazzato. – Cosa..cosa vuol dire che non so nemmeno chi sono?

- Ho già cercato di spiegartelo, ma a quanto pare non hai capito. [severamente] Paperino, tu non sei un papero. Sei un’anatra”.

- Un’a..un’anatra??

- Esattamente. Un’anatra. Così come lo sono anch’io, e la nonna, e Gastone, e anche quella zoccola della tua ragazza. Siamo tutti delle anatre.

Incredulo, Paperino cerca di controbattere. – Non..non è vero! Non ci credo! E’ un’altra delle tue storie per distrarmi, per confondermi! Io sono un papero, sono orgoglioso di..

- Ecco, guarda qua – lo interrompe Zio Paperone, porgendogli una foto – Vedi? Questo è un papero.

Paperino guarda la foto, interdetto.

- Zio, perché hai una foto di Susanna Camusso nuda con le Clark’s ai piedi? [*]

Paperone rimette la foto in tasca, imbarazzato. – No, niente, lascia stare. [dopo qualche secondo di frenetica ricerca, trova la foto giusta] Ecco, questo è un papero. Un papero è una giovane anatra, prima del completo sviluppo sessuale. Tu lo sviluppo sessuale l’hai completato da un bel pezzo, anche se non ti serve a niente, al massimo ad aumentare il rimpianto dopo esserti fatto una pippa. Quindi sei un’anatra.
[seguono alcuni secondi intelocutori]
Papero-Anatra. Anatra-Papero. Capito?

Paperino è confuso. Approfittando del suo silenzio, Paperone riprende la parola, sventolando di nuovo la foto sotto gli occhi del nipote.

- Guarda bene il papero. Accanto c’è la sua mamma anatra. Questa più a destra è un’oca, che è diversa da noi perché ha il collo più lungo. E’ tipo tua zia. Tutto chiaro?

Completamente stordito, Paperino rimane immobile, senza parole, per un minuto buono; poi si rimette in cammino trascinando stancamente le zampe, a testa bassa. Una lacrima solca il suo becco, il becco di un ex papero in crisi d’identità. La storia dello Zio ha minato tutte le sue certezze.

Paperone, dal canto suo, è estremamente soddisfatto. Tronfio, ripone la foto in tasca, accanto a quella della Camusso, e si incammina dietro al derelitto nipote, sicuro che d’ora in avanti non avrebbe più opposto resistenza. C’era un tesoro Inca da raggiungere, ed ancora molte miglia da coprire per farlo.

Dopo circa un’ora, durante la quale i due non scambiano una sola parola, il silenzio del bosco viene rotto da un disperato grido di aiuto, udibile dapprima solo in lontananza. I nostri non gli danno particolare importanza (Paperino è ancora sconvolto), e proseguono dritti per la loro strada. Poco dopo, il grido si leva di nuovo, e poi di nuovo ancora, ed ancora, a intervalli regolari. Man mano che avanzano, questo si fa sempre più vicino, tanto che, ad un certo punto, non è più possibile ignorarlo.

- AIUTOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!

Paperino, ridestatosi dallo stato semi-vegetativo in cui versava, si volta verso Paperone.

- Zio, qualcuno è in pericolo! Non possiamo ignorarlo! Andiamo a vedere cosa succede!

- Ti ricordo che abbiamo una missione da compiere, Paperino. O forse dovrei chiamarti.. Anatrino?

Paperino sorvola sulla frecciata dello Zio. – Dobbiamo andare! Potrebbe essere una principessa in difficoltà!

- Ma che principessa e principessa, col culo che hai al massimo è Galliani che ha una spina in un piede.

Paperino, però, senza nemmeno saper bene perché – forse, per puro spirito di ribellione verso lo Zio – si incammina velocemente nella direzione da cui proviene l’urlo. Paperone, pur contrariato, è costretto a seguirlo. Dirigendosi verso la fonte del lamento, i due escono dal bosco, e giungono in prossimità di una alta torre d’avorio, in cima alla quale è possibile scorgere una figura alta (una figura umana), dotata di una splendida chioma biondo platino, che brilla a contatto con la luce del sole.

- AIUTOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!

- Guarda Zio, lassù!

I due alzano lo sguardo.

- Che ti avevo detto, c’è una principessa! C’è una principessa che chiede aiuto!

Vedendo la lucente capigliatura della figura sulla torre, e la sua silhouette longilinea, Paperone è costretto a dar ragione al nipote, pur invitandolo a lasciar perdere ed a continuare la loro missione. Paperino, però, non ci sente, e corre al cospetto della torre.

- Principessa, da chilometri inseguo il suo celestiale grido! Ho udito che ha bisogno d’aiuto, ed eccomi qua. Come posso servirla? Qual è il male che l’affligge?

La principessa smette di piangere e gridare e si sporge dalla torre, incuriosita dal nuovo arrivo. La luce del sole, al suo zenith nel cielo, rende impossibile vedere con chiarezza il suo volto, ma Paperino è insindacabilmente convinto che si tratti di una bellezza rara ed esotica.

- Oh, mio salvatore, finalmente sei giunto – disse la principessa, in falsetto – Erano settimane che ti aspettavo, e finalmente sei qui per salvarmi!

- Paperino, andiamo via. Questa situazione non mi piace –, dice Paperone.

- Zitto! Stai zitto! Hai mandato in frantumi la mia identità, le mie radici! Ora vuoi togliermi anche la possibilità di salvare una splendida principessa? Va’ al diavolo!

- Nipote, ti ricordo che a casa hai una ragazza che ti aspetta.

- E’ una zoccola, l’hai detto tu stesso.

- Qualcuno potrebbe per favore concentrarsi su di me? Qui c’è una principessa che deve essere salvata! – dice la donzella, frignando. Paperino, carico d’ardore, si disinteressa completamente dello zio e rivolge il suo sguardo verso la cima della torre, adorante. Paperone si mette a sedere su un sasso, sconsolato, col becco appoggiato sulle mani.

- Ma certo, mia adorata, ma certo! Sono qui per questo! Dimmi solo quel che devo fare!

- Devi liberarmi, o mio prode cavaliere. Sono intrappolata quassù da settimane, ed il mio mostruoso carceriere è ora in giro a coglier bacche. E’ il momento di agire!

- E sia! Cala ordunque le tue lunghe trecce, cosicché io possa arrampicarmi fin sopra questa austera torre e rimpiattarmi in attesa che il tuo carceriere faccia ritorno, per poi sorprenderlo e sconfiggerlo, strappandoti alle sue grinfie!

- Ma non sarebbe più semplice aspettare che il mio carceriere torni qua per poi aggredirlo prima che salga sulla torre, senza fare la fatica di arrampicarsi? E poi, perché hai assunto questo tono aulico?

- Perché è più poetico, sia il tono aulico, che l’arrampicata sulle trecce!

- Hai ragione, o mio prode, hai ragione! Che fortuna averti incontrato!

- Bah –, dice Zio Paperone.

- Il problema, mio caro, è che i miei capelli sono sì lunghi e resistenti, ma non abbastanza per coprire tutta la lunghezza della torre, e permetterti di usarli per arrampicarti fin quassù!

- Oh, beh..ma allora, come fare, come fare?

- Di certo non va su a mani nude, sennò sai che schianti – li interrompe Paperone, sarcastico.

- Vuoi stare zitto? – lo ammonisce Paperino.

- Ok, ok, me ne sto qui, a godermi lo spettacolo –. Paperone si mette comodo, con le mani unite dietro la testa.

- A dire il vero, una soluzione ci sarebbe – dice la principessa. – Aspetta solo un attimo..

- Ma certo, ma certo!

Si ode il rumore di una cerniera che si apre.

- Ecco qua, mio prode, ecco una resistente fune! Ora vieni a salvarmi!

La principessa cala dalla cima della torre un lungo cordone roseo, che tocca terra proprio davanti ai piedi del papero.

- A me non sembra esattamente una fune –, punzecchia ancora Paperone.

Paperino, stavolta, non presta attenzione alle parole dello Zio e inizia ad arrampicarsi.

FINE PRIMA PUNTATA

*questa battuta l’ho rubata

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martedì 24 gennaio 2012

Briatore & Friends in Concerto - live @Circolo

martedì 24 gennaio 2012 2
7 Gennaio 2012, Inter-Parma. E' la prima partita dell'anno, ed al Circolo i nostri eroi sono carichi a mille. Dopo venti giorni di sosta natalizia, Briatore, Lehalo, Maiho e gli altri scalpitano, vogliosi di tornare a dare spettacolo. 
Prevedendo una serata pregna di momenti indimenticabili, mi sono munito di videocamera ed ho registrato circa 70 minuti di partita, dei quali ho montato il solo audio realizzando il prezioso documento che potete vedere qui sotto. Il risultato sono sette minuti e quarantadue secondi di emozioni forti, dove i nostri sfoderano praticamente tutto il loro leggendario repertorio: c'è il lamento di Maiho per un cross sbagliato da Maicon, ci sono Lehalo e Briatore che "incitano" Nagatomo, ci sono i duetti Maiho-Briatore sui loro vecchi trascorsi calcistici e molto altro. 

Quindi, insomma, dichiaro terminato il preambolo e vi invito a gustarvi il tutto. Il video è corredato da numerose annotazioni, per permettervi di apprezzare al meglio la voce del Circolo. Per poterle leggere bene
e per immergersi completamente nell'atmosfera, vi consiglio di visualizzarlo in full screen. 

Ecco qua: 
(legatevi bene le cinture, perché Briatore sale in cattedra fin dai primi secondi)
(ha una voce che non dimenticherete facilmente. Io l'ho messo come suoneria)

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lunedì 16 gennaio 2012

WHO RULES THIS CITY?

lunedì 16 gennaio 2012 1
Visto che sarebbe davvero un casino impaginarlo qui, per leggere il nuovo post cliccate su QUESTO LINK Leggi tutto...

domenica 27 novembre 2011

LEHALO!

domenica 27 novembre 2011 0

Qui il video della puntata di Inter_Net che mi ha visto ospite giovedì scorso. Si parla del circolo, di Briatore, di Lehalo e del mio abnorme uccello.
Ora sì che posso cominciare a tirarmela

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mercoledì 23 novembre 2011

BRIATORE RADICAL CHIC

mercoledì 23 novembre 2011 3

E’ martedì ed al circolo è serata di Champions. Io e gli altri due fedelissimi siamo leggermente in ritardo e camminiamo di buon passo verso l’entrata. Sugli scalini che precedono l’ingresso, incrociamo uno degli altri habituè del posto. Sta parlando al telefono. Ci fa un cenno, poi torna al suo interlocutore e gli dice  “corri, è carico, ha appena preso il caffè. Sta scalpitando”.
I nostri volti si illuminano. Sappiamo a chi si sta riferendo. C’è solo un uomo a cui ci si può riferire in questi termini.

Acceleriamo il passo. Il prime time della stanza principale è riservato al Napoli. Ci tocca la stanzina, vecchio feudo di battaglia di remote domeniche pomeriggio, quando vi eravamo costretti dalla concomitanza con le partite della Fiorentina, ai cui tifosi, più numerosi, toccava la stanza grossa. Un rapido sguardo allo schieramento, che come avevamo intuito è quello base, con tutti i big (e, soprattutto, Il big) a far bella mostra di sé:
Lehalo è in fondo, pronto ad inveire; Maiho nel mezzo, circondato da due scagnozzi; di punta, l’Imbecille ed, ovviamente, Briatore. Per lui, un look da Radical Chic: scarpa vintage come se ne trovano solo a Camden, pantalone di velluto, camicia azzurra con cravatta e maglioncino a V sopra, cappotto indie, sciarpetta e, a guarnire il tutto, cappellino di lana con ciuffo sbarazzino che spunta da sotto.
Mancava all’appello da quasi un mese.

Ci sediamo ovviamente dietro di lui, per non perdere nemmeno il mugolio più impercettibile.

La partita inizia. I primi minuti scivolano via tranquilli, senza offrire spunti interessanti ai fuoriclasse presenti in aula (a parte quando Samuel spintona Burak e gli spezza una costola, con l’arbitro che fischia il fallo: Briatore si gira ed asserisce convinto “non era miha punizione, sai”, dando di gomito all’Imbecille).
Ci vuole un’azione pericolosa del Trabzonspor per accendere gli animi: Burak, ancora lui, spara fuori di non molto col destro, ed ecco affiorare i primi mugugni. Briatore, particolarmente innervosito dal mancato intervento di Lucio, mette da parte le facilonerie e si alza in piedi per una dimostrazione tecnica: si gira da una parte, poi dall’altra, abbozza un doppio passo e fa “come tu fai a fermallo così il giocatore!? Nimmeno ni Chiesanova(squadra di quartiere nella quale Briatore millanta una lunga militanza, ndr)”.
Da dietro, qualcuno dice “è vero”, ed anche “roba da maiali”. Tornato a sedere, il nostro si gira verso Maiho e gli dice “Che te lo ricordi, i Chiesanova?”. Maiho però non risponde, abbozza un mezzo sorriso e poi si guarda attorno. E’ spaesato, è chiaro che c’è qualcosa che non va.  Non è il Maiho di sempre e, dopo qualche istante di riflessione, non è difficile intuire il perché.

In campo, infatti, non c’è Maicon. Questo priva Maiho della sua ragion d’essere: vorrebbe insultare qualcuno, ma non può.  Non sa che dire, non sa che fare. Quando Maicon non c’è, Maiho si disorienta, privo del suo punto di riferimento, e vive i novanta minuti della partita in un totale stato di confusione.
Briatore capisce il dramma del suo compagno e cambia discorso dicendo “Burakke, in do ttu’vo andà co Burakke”(“Burak, ma dove vuoi andare con Burak”), conscio del fatto che non ci sarà possibilità di duettare col suo compagno preferito.

Le emozioni, come al solito, provengono più dai nostri vicini che dal campo. La partita è accompagnata da reiterate critiche alla squadra ed al gioco, con numerosi “vergogna” e “che schifo”. Ad un tratto, un imprecisato personaggio irrompe nella stanza, urla “Mamma li turchi!”, e va via.
Pochi minuti dopo, le telecamere inquadrano Figo seduto in panchina in tuta da calciatore. Proprio mentre ci si interroga se, allo stato attuale delle cose, sia più lento lui o Alvarez, il compassato argentino scambia elegantemente con Milito e mette dentro un bel gol. L’entusiasmo serpeggia tra gli avventori, che in un attimo passano dal feroce ghigno di protesta alla felicità. Lehalo, ebbro di gioia, urla “Gl’ha marcaho Altobelli!”(“ha segnato Altobelli!”).

Il vantaggio, però, dura poco. Cinque minuti dopo, Altintop lascia partire un tiro da fuori che impatta contro una natica di Samuel e finisce alle spalle di un incolpevole Julio Cesar, indicato però a gran voce come il responsabile della rete subita. Lehalo, non appena il nostro portiere viene inquadrato dalle telecamere, prende dunque fiato e carica l’ugola. Tutti si girano verso di lui. “E’ il momento”, pensiamo.
A questo punto, però, succede una cosa impronosticabile, mai vista, mai sentita. Dalla bocca di Lehalo, infatti, non si leva il suo caratteristico urlo di battaglia, ma bensì

“Cambialooooooooooo!!”

L’intero circolo è spiazzato. In anni ed anni, mai era accaduto qualcosa di simile. Ci si scambiano sguardi preoccupati, come a dire, “e ora?”. La tensione è tale che nessuno si azzarda a chiedere a Lehalo il perché di questa agghiacciante rivoluzione, mentre lui fa il vago e borbotta cose intraducibili come suo solito.

A rompere questo stato di stallo ci pensa, ovviamente, Briatore, che ripropone un vecchio numero del suo repertorio: lo spogliarello. Quando sopravviene l’inverno più fetente, infatti, il nostro è solito arrivare al circolo bardato come uno scalatore di montagne; logicamente, il clima mite delle sale tv lo costringe a togliersi gli indumenti di troppo, per non schiattare dal caldo. Prima della sua svolta Radical Chic, Briatore era solito indossare, una sopra l’altra, almeno 4-5 giacche (provenienti da completi diversi), con ogni probabilità rimasugli del suo guardaroba da nababbo; ecco dunque che, dal momento in cui si sedeva, a intervalli regolari si alzava in piedi, si toglieva una giacca e la gettava sul catasto di tavole di legno posto misteriosamente sotto al maxischermo (catasto che, probabilmente, era ed è  lì apposta per questo uso). A fine partita, un enorme cumulo di indumenti giaceva a pochi metri da lui, che era ormai rimasto con una sola giacca, la camicia e la cravatta.
E pure i pantaloni, eh.

Stavolta, lo spogliarello si limita a poco: via il berretto, via la sciarpa, e basta. D’altra parte il surplus di indumenti non era così eccessivo, e poi un vero radical chic il cappotto non se lo toglie mai.

I minuti scorrono, ed il primo tempo si avvia al termine. Nagatomo passa alcuni minuti di difficoltà, e Briatore lo rincuora berciando “va levato Nagatomo, è una fogna!”. Le telecamere si spostano poi su Julio Cesar, il cui volto è bagnato dal sudore: uno scagnozzo di Maiho rompe il silenzio che circonda il suo capo e dice “o com’è sudato, ma se unn’ha toccato palla, o che, è una mucca?”.
Mancano pochi secondi alla fine, ma c’è ancora spazio per le emozioni: corner per noi, tutti dentro. Mentre tutti aspettano che Alvarez calci, Lehalo si esibisce in un pezzo ormai diventato parte del suo repertorio:

“Rientra Nagatomooooooooo!”

Inutile dire che il giapponese era uno dei tre che erano rimasti a protezione della difesa.
Alvarez batte l’angolo, la difesa turca ribatte, il pallone giunge vicino al vertice sinistro dell’area di rigore. Lehalo inizia ad urlare “Rientra Nìì” e poi strozza il grido in gola, accortosi forse che Nagatomo era ben posizionato.

Finisce il primo tempo, ed arriva il momento amarcord. Si discute, infatti, della genesi del soprannome “Briatore”, che, differentemente da ciò che molti di voi penseranno, non deriva dal dorato passato del nostro eroe.
La vera storia del soprannome Briatore inizia infatti molti anni fa, agli albori di Sky e del circolo, che prima non trasmetteva le partite perché, a detta dei gestori, “Tele + è da fascisti”.
Questa me la sono inventata adesso.
Comunque, molti anni fa alle partite era solito presenziare anche un altezzoso bellimbusto sulla cinquantina tarda, col ciuffo bianco al vento, la faccia da sciupafemmine cesse ed una panza tanta, che indossava (il bellimbusto, non la panza) sempre una camicia rosa chiara aperta sul petto villoso, sul quale regnava un luccicante crocifisso. Ebbene, questo figuro fu da me subito soprannominato “Briatore”.
Successe che, un giorno, nell’oscurità della stanzina, scambiai (non so come e perché) questo Briatore primordiale per il Briatore odierno, che divenne anch’egli Briatore. Si crearono così due Briatore, ed ogni domenica ci si interrogava su chi fosse quello vero e chi fosse l’impostore, in pratica non ci si capiva più un cazzo perché io avevo cominciato a chiamarli Briatore entrambi non so per quale motivo, me li confondevo anche se erano le persone più diverse del mondo, probabilmente ero in crisi mistica da Briatore ed avrei chiamato così anche mia madre se si fosse presentata l’occasione.
Questa situazione si trascinò per diverso tempo, fino a che, un giorno, si giunse ad una conclusione pirotecnica. Era la sera di uno dei derby più adrenalinici che io ricordi, un 3-2 per noi firmato da Adriano di testa all’ultimo secondo, al tempo in cui non vincevamo una sega e quindi il derby era come uno scudetto. Al termine della partita, quando gli animi delle tifoserie (sì, al circolo entrano pure i milanisti) erano ancora caldi, scoppiò una rissa. Mentre tutti si appinzavano con tutti, due energumeni cominciarono ad insultarsi ed arrivarono testa a testa. Prendendo posizione nel mucchio, potei vederli chiaramente.
Erano proprio loro. Erano i due Briatore. Volarono spinte, calci, cazzotti al vento, in un’eclissi di pance che aveva tutto l’aspetto del duello finale, dello scontro fra titani. Ne sarebbe rimasto solo uno.
Furono divisi, e poi non so come andò a finire. Fatto sta che il Briatore primordiale, da quella sera, sparì per mesi, e negli ultimi sette anni si sarà fatto vedere a dir tanto cinque o sei volte, mentre il Briatore odierno è lì che scrive pagine di storia e regna incontrastato. Il circolo era troppo piccolo per tutti e due.

Giuro che è tutto vero.

(quasi)

Ma torniamo nel presente. Prima che la ripresa inizi, mi giungono notizie dal bar sovrastante. Uno degli habituè mi riferisce di questa conversazione tra vecchi:

“Che fa l’Inter?”
“1-1”
“Vince?”

Si capisce subito che i ritmi saranno blandi, sia in partita che, e questa è la notizia, tra il pubblico. Briatore, che ha accanto un nuovo amico, farfuglia cose a proposito di fagioli e ceci, e si estranea dalla scena. Maiho è totalmente paralizzato, e devono prenderlo a schiaffi per fargli capire che è iniziato il secondo tempo. Lehalo parlotta, ma a basso volume.
In mancanza di meglio, seguiamo dunque il commento di Sky, che ci informa che in campo è nato “un certo feeling” tra Stankovic e Zokora. Samuel, intanto, riempie di cazzotti chiunque gli passi davanti, menando colpi a destra e a manca ma con tale mestiere che l’arbitro non gli fischia mai contro, e nessun avversario accenna nemmeno una protesta. Alvarez, comunque molto positivo, continua a farci annusare il tiro da fuori, per poi scaricare puntualmente sull’esterno: sono tre mesi che sta caricando il suo leggendario sinistro (definito da tutti “micidiale” per decisione presidenziale), e tutti siamo lì a sperare che ogni volta che ha un po’ di spazio sia quella buona per farci vedere se davvero ce l’ha, questo piede devastante che stacca le traverse e le sopracciglia di Agnelli.
In risposta a tutto ciò, Lehalo esclama, con molta calma, “Cambialo Alvarez”. Lo stupore serpeggia di nuovo, ma più discretamente. Quasi con rassegnazione, con tristezza, come se stessimo ormai accettando una realtà terribile, quella di un eroe che non è più lui.

Da questo momento in poi, però, complice anche l’eclissi di Briatore (che addirittura, a tratti, se la dorme), Lehalo si prende la scena e diventa l’indiscusso protagonista della seconda frazione di gara. Come ad esorcizzare le paure di chi lo temeva ormai degenerato, il fuoriclasse si scatena, regalando perle. Dopo l’ennesima palla persa da uno Stankovic misteriosamente ancora in campo, Lehalo, colmo di rabbia, urla

“Uno stiaffo (schiaffo) gli tirerei..

Dio Leone

al che io e gli altri due schiantiamo definitivamente in un riso isterico ed irrefrenabile. Uno degli scagnozzi di Maiho mi picchietta col dito sulla spalla, io mi giro con ancora le lacrime agli occhi e lui mi fa “vi si fa ridere, eh?”.
Cazzo, sì.

Poco dopo, mentre Marianella (o chi per lui) ci informa che tra Stankovic e Zokora c’è appena stato “un duello di soli falli”, succede l’imprevedibile: Maiho si sveglia, si inserisce in una discussione tra i suoi scagnozzi – basata essenzialmente sulla critica di  giocatori a raffica - e s’incazza, imponendo con la forza le proprie ragioni pur senza dar l’impressione di star sostenendo una posizione precisa.
Nel frattempo, noi gestiamo la palla, con i turchi che non riescono più a pressare con l’intensità di prima. Siamo in una fase di stallo, nella quale sembra davvero che non possa succedere nulla. Sembra, dico, perché è proprio in questo momento, quando ormai nessuno ci sperava, che il campione che si credeva decaduto cala l’asso e risolve la serata. E’ ora, come un fulmine a ciel sereno, che il momento tanto atteso finalmente arriva.
Lehalo, infatti, non ne può più. Dopo 82 minuti passati a reprimere il primordiale istinto, la misura è colma, e niente può ormai trattenerlo. Mentre il gioco è fermo, senza che nulla lasci presagire una simile mossa, con tutta la forza che ha in corpo carica il colpo, mette le mani alla bocca e rilascia un liberatorio

“LEHALOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!”,

il più lungo ed intenso Lehalo mai udito, così potente che Briatore si desta dal suo torpore e, facendosi portatore del dubbio di tutti noi, si gira e chiede

“CHI?”
Lehalo non risponde, perché non ne ha la minima idea. Lui doveva solo sfogarsi.

Dopo una decina di minuti di niente, la gara termina sull’1-1, risultato che ci dà la vetta del girone con una giornata d’anticipo. Le luci si accendono e rompono l’oscurità, permettendoci di ammirare appieno il look di un Briatore che si reinfila il cappello e copre con la sua sciarpa lo sporgere della cravatta dal maglioncino. Maiho, nuovamente spentosi dopo il diverbio, viene caricato dai suoi scagnozzi e portato via insieme alla sedia, mentre alcuni passanti lo rincuorano dicendogli “dai, vedrai che torna presto”. Lehalo scompare in un angolo, si inginocchia verso la luna ed inizia a lehalare sfogando le repressioni di tutta una sera.
Noi saliamo le scale.
E’ ora di andare a casa.

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mercoledì 19 ottobre 2011

PEDRETTI E’ DI MONTEVARCHI

mercoledì 19 ottobre 2011 2

Sono le 20,40. Ho appena parcheggiato la macchina vicino al circolo, e mentre chiudo la portiera mi dico “massì, prendiamolo anche stasera”. Riapro e prendo il taccuino degli appunti. Probabilmente sarà inutile come le altre volte, ma, ehi, a girl can dream.

Vabbè.

Dicevo. Il taccuino me lo porto dietro da un mesetto perché il circolo dove vado a vedere le partite dell’Inter è affollato da eminenti pensatori, delle quali elucubrazioni credo sia opportuno informare il mondo. Il suddetto taccuino, però, alle 20,40 di ieri sera era ancora vuoto, in quanto, durante queste prime infauste partite della stagione, il circolo ha dovuto registrare una pesantissima assenza. Si tratta dell’elemento simbolo: una figura imprescindibile, come lo sono quei giocatori che, per il solo fatto di scendere in campo, infondono alla squadra fiducia e consapevolezza dei propri mezzi. Un po’ quello che rappresenta Totti per la Roma, o Giggs per il Manchester United, o Alvarez per le squadre avversarie.

Ecco, in questo mese e mezzo è mancato Briatore.

Briatore è di gran lunga il personaggio principe dell’intero circolo. I suoi modi garbati, la sua camminata elegante, quella vocina delicata (un misto fra un tabagista terminale, Sandro Ciotti e Pingu) mi hanno conquistato sin dal primo momento in cui l’ho visto, ormai quasi sette anni fa. Pochi mesi or sono, dopo intere stagioni passate ad ammirare le sue mirabili gesta, sono finalmente venuto a conoscenza della sua storia: rampollo di nobile famiglia, in giovane età - essendo l’unico erede - ha potuto mettere le mani su un enorme patrimonio. Successivamente, in circa venti anni ha dilapidato ogni singolo centesimo vivendo una vita da George Best del Chianti. Si narra che partisse per Montecarlo per poi fare ritorno solo dopo alcuni mesi, e che conoscesse l’intero giro di puttane di Montecatini. Tutte le - pur sporadiche - attività imprenditoriali che ha intrapreso sono, stranamente, fallite in modo roboante.
Ora gira per le vie del centro, vestito di completi che 50 anni fa dovevano essere eleganti, a bordo di una bicicletta tenuta insieme da svariati chili di scotch sulla quale è caricata una cassa di frutta. Pare che dorma alla Misericordia. Tra i vecchi della città è una celebrità (è stato il nonno di un mio amico a cantare ed a rivelarci i trascorsi di Briatore).
Per attribuire ulteriore fascino al figuro, da segnalare anche una notevole somiglianza con Bukowski: capelli bianchi tirati all’indietro, faccia ruvida e gonfia, occhi piccoli ed infossati, labbra enormi e lo sguardo di chi ha visto qualsiasi cosa.

Ok, terminata l’introduzione, torniamo a ieri sera. Scendo le scale, entro nell’amena e buia stanza dove vengono proiettate le partite, mi siedo e..
e c’è qualcosa di strano nell’aria. I vecchi sono ringarzulliti. Qualcuno già insulta la squadra. Bestemmie e scatarramenti come se piovesse. Addirittura Lehalo abbandona le ultime file e si siede tra noi.
Mi guardo in giro, più che speranzoso, certo di quel che vedrò. So già che troverò la sua faccia. So già che questa atmosfera può significare una cosa sola.

E’ tornato Briatore. E’ lì, seduto accanto ad un compare imprecisato. Io e gli altri rari individui ancora muniti di prostata ci freghiamo le mani. Lo show può cominciare.

Dopo un minuto e venti secondi, Briatore sfoggia subito la sua classe urlando “Andate incontro, pezzi di merda” ai nostri centrocampisti.
E’ subito bagarre. Gli altri arcieri del circolo si galvanizzano: stasera, fuochi d’artificio.

Poco dopo, Maicon tenta un difficile cross dalla trequarti, che finisce tra le mani del portiere. Ecco allora che Maiho (soprannome dovuto al modo in cui quest’uomo pronuncia il nome del nostro terzino) irrompe nella serata, sbraitando “Maiho accidenta a te e a tutt’iBBrasile”.
Anche per questo personaggio è necessaria un’introduzione. Maiho, un tizio sulla sessantina con le vaghe sembianze di un avvoltoio, è un frequentatore abituale del circolo. Il suo tratto distintivo è uno solo: uno sconfinato, immotivato ed inconcepibile odio verso Maicon, che lui definisce “il giocatore più ciuho della serie A”.
Il peggiore della serie A.
Maicon.
L’odio si protrae fin dalla prima stagione del brasiliano nell’Inter, ed è sopravvissuto a quintali di sgroppate e di assist, ai gol alla Juventus ed al Barça ed ai titoli unanimemente riconosciuti di miglior terzino del mondo e di leggenda del ruolo e dell’Inter.
Mentre Maiho ci intrattiene col suo delirio, Briatore aggiunge delicatezza al momento dicendo “Gnamo Bongo!” (trad.: “Andiamo, Bongo!”), rivolgendosi al portiere del Lille che si attardava a rilanciare.

Ormai l’intero pubblico è entrato in partita. Dopo uno stop sbagliato, l’Imbecille (famoso per aver ripetutamente asserito, durante i primi 78 minuti di Chelsea-Inter, che “no, basta, Eto’o non è da Inter, c’è poco da fare ragazzi”) dichiara “Pazzini non è più quello di due anni fa”. Briatore cerca, senza successo, di sistemarsi un ciuffo in evidente fuorigioco, poi prende una sedia che userà esclusivamente per appoggiarci un gomito.
Intanto l’Inter, seppur orfana dei due più luminosi gioielli della campagna acquisti – l’incontenibile Ricky “Mailapilla” Alvarez ed il guizzante Jonathan Piedi di Forbice - sembra aver iniziato la partita con una certa sicurezza. Pensando a questa squadra con un Poli in più, si fatica a trattenere l’entusiasmo.

Briatore è scatenato. Dopo aver dato manforte a Maiho affermando che “Maicon c’ha i piedi a papero” ed aver ripetuto diverse volte “Bada Bongo” a causa della massiccia presenza di africani in campo, si lancia in un incomprensibile “O chi gl’è, Eschibarria?”, rivolto probabilmente a Joe Cole.
In tutto questo, sono passati solo quindici minuti.

E’ proprio quando scocca il quindicesimo che arriva uno dei momenti clou della serata. Tra il pubblico inizia a palesarsi una certa insofferenza verso Zarate. Dopo un certo numero di proteste, si capisce che è finalmente giunto il momento di Lehalo. Pochi secondi dopo, infatti, un urlo squarcia la notte:

“Lehaloooooooooooooooo!!”

Lehalo è un misterioso soggetto, di solito sempre seduto nelle retrovie, che ha il compito di raccogliere i malumori del pubblico e di convogliarli nel suo urlo caratteristico, idealmente rivolto all’allenatore dell’Inter, al quale viene richiesto di sostituire il giocatore nel mirino della critica. Il primo Lehalo suona come una sentenza, ed è un momento chiave della gara: spesso, infatti, il bersaglio delle lamentele si rivelerà poi l’uomo partita.
Come effetto immediato dell’urlo, Zarate inizia a macinare calcio, mettendo in apprensione la difesa del Lille.

Al 20’, un episodio sconvolge i presenti: una porta si apre e, nello sconcerto generale, entrano nella stanza due donne (la zona-sky del circolo è comunicante con una pista da ballo dove si tengono corsi). Il pubblico è in subbuglio: si solleva un curioso brusio, si scambiano sguardi maliziosi. “Delle donne!” “ Questa poi! Allora esistono davvero!”, sembrano pensare gli obsoleti avventori.
In quest’atmosfera di fervore ormonale, arriva il gol dell’Inter. Lehalo urla “rientra Nagatomooooo!!”, anche se Nagatomo è perfettamente piazzato ed infatti intercetta il lancio di un avversario. Il pallone arriva a Sneijder che inventa un corridoio per Zarate che, ormai scatenato, mette in mezzo. Pazzini al volo spara un siluro e ci porta in vantaggio mostrando la V, mentre il circolo urla di gioia. Briatore non esulta e rimane immobile, alla Zeman, salvo poi dare di gomito al suo compare sussurrandogli un ironico “Hai visto Bongo?”, a mò di scherno per il portiere avversario che non è riuscito a parare il tiro di Pazzini.

I minuti successivi scivolano via veloci, col Lille che tenta di reagire e Briatore che ripete continuamente “sotto a Bongo!” (trad.: “dagli addosso a Bongo!”), chiunque sia ad avere il pallone. Il pubblico pare apprezzare la prestazione dell’Inter, e si levano addirittura i primi applausi per Zarate, pronto per essere eletto a idolo. Ogni tanto si sente un “teshtone! caprone!” o uno “stronzo!”, quando Maicon tocca palla.

Il resto del primo tempo scivola via senza che nessuno sciorini particolari perle, tranne il solito incontenibile Briatore: i telecronisti elogiano la buona prova di Chedjou, lui in tutta risposta biascica “Ghignu?” infilandosi un dito nel naso ed uno in bocca.

Nell’intervallo mi riposo un attimo: la scrittura è stata incessante. Io e gli altri ci mettiamo a leggere gli appunti e capisco che ne verrà fuori un post infinito, ma anche che ne varrà la pena. Un rapido sguardo ai risultati, il tempo per rammaricarsi del fatto che Mazzarri non stia perdendo, e già si spengono le luci: sta per iniziare il secondo tempo.

Un tizio si avvicina a Briatore, gli mette una mano sulla spalla e gli dice, in tono scherzoso, “se un si vince…” (come a dire, se la prima volta che vieni perdiamo..). Briatore si infervora e lo spintona via con violenza, gli punta il dito contro e gli dice “Te non mi devi venire a stuzzicare”, poi si ricompone e cerca per l’ennesima volta di sistemarsi il ciuffo.

Inizia il secondo tempo. Il Lille si riversa fin da subito in attacco, noi difendiamo gagliardi con Lucio e Chivu che non concedono spazi e Nagatomo che salta come un leprotto, mentre il pubblico segue gli eventi senza commentare. Un personaggio imprecisato rompe il silenzio informandoci che Pedretti è di Montevarchi.
Per rinvigorire i soggettoni, però, questo non basta: serve di più, serve una sgroppata di Maicon.
Sgroppata che si fa attendere qualche minuto, ma che poi arriva: mentre Briatore urla “Vai cotenna!!”, Maiho afferma ironicamente “ecco i’ meglio dìmmondo!”. A fine azione, Lehalo torna a berciare “rientra Nagatomooo”, quando il giapponese è fuori dallo schermo: nell’inquadratura successiva, si scopre che Nagatomo era il nostro ultimo uomo in difesa.
Qualche minuto dopo, un incauto avventore tenta di accomodarsi sulla sedia occupata dal gomito di Briatore, provocando il risentimento del nostro eroe che abbaia “con tutti i posti che c’è, proprio qui devi venire?”. L’usurpatore prova timidamente a rispondere “perché devo sedermi dove vuoi te?”, ma un angolo calciato male da Maicon interrompe la diatriba.

“Se morisse secco! Se morisse a gamball’aria!”,
afferma Maiho, raccogliendo consensi.

Ranieri corre ai ripari e toglie Sneijder e Zarate schierando un ambizioso 9-1 e rinunciando completamente a ripartire. La sofferenza, anche se il Lille non si rende mai realmente pericoloso, aumenta di minuto in minuto, e quando Nagatomo prova a rompere l’assedio scattando in contropiede Briatore lo accompagna con un incoraggiante “Vaii! Corri demente!!!, per poi prendersi un paio di minuti per cercare pronunciare il nome dell’avversario che lo ha fermato (Mavuba).
Si soffre quasi più per paura che tutto debba andare storto che per meriti dell’avversario, si teme che la catastrofe sia dietro l’angolo. Garcia le prova tutte e manda dentro Payet, trequartista glitterato, e Obreniak, che chiaramente mostrano numeri da campioni, numeri alla Almiron. Julio Cesar però tiene la saracinesca abbassata, ed i minuti continuano a passare. Il circolo è in apnea: solo Lehalo, dopo un duello in velocità perso da Zanetti contro Hazard, riesce a dire “Ha quarant’anni, ma un la tromba la moglie?”.

All’ultimo secondo, il terzino francese mette la palla nel mezzo, ma fortunatamente in rete, invece che il pallone, finisce Beria: tutti tirano un sospiro di sollievo, tranne Briatore che ci pensa su una trentina di secondi e poi chiede al suo compare “unn’hanno miha marcato, eh?” (trad.:non hanno mica segnato, eh?).

Su queste parole si conclude la partita. L’Inter vince, Ranieri porta a casa la terza trasferta su quattro confermandosi mago degli allenatori, Briatore vince all’esordio confermandosi mago degli uomini. Mazzarri non perde, ma non si può avere tutto.
Lasciamo i nostri posti, già con un po’ di nostalgia, e ci mischiamo alla folla che risale le scale, stanchi ma felici. Giunti fuori, sfodero il taccuino ed enuncio le perle della serata, rivangando anche qualche indimenticabile scena passata. Mentre ridiamo sguiatamente per Maicon a gamball’aria, ecco che Briatore esce dal circolo, ci passa accanto guardandoci e si avvia lentamente verso la bicicletta. Dopo un momento di riflessione, sale in sella ed inizia a pedalare, ignaro del fatto che l’eco della sua leggenda stia per spargersi in tutto il mondo.

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mercoledì 21 settembre 2011

COME D'AUTUNNO

mercoledì 21 settembre 2011 3

Si sta come d'autunno, sui campi, Zanetti e Cambiasso 
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