In questo blog manca qualcosa. Le notizie dal Brasile hanno fatto sì che me ne accorgessi: in questo peraltro già sfavillante sito, manca un articolo su Ronaldo.
Ohhhh, finalmente. Questo sì che mi ricorda qualcosa.
Estate del '97,
8 anni d.M. (dopo Matthaus). Tempi bui per gli interisti e per il calcio in generale: le classifiche sono dominate da una squadra costruita in
farmacia e gestita al
telefono, come si sarebbe scoperto qualche anno dopo.
A
Moratti ancora non girano particolarmente le palle, visto che i suoi primi due anni da presidente non sono affatto andati male, considerando anche le speciali abilità delle squadre rivali. Per cercare di tornare agli antichi fasti, Massimo aveva generosamente aperto il portafogli, realizzando anche, accanto a tonfi dei quali è meglio non parlare, dei più che discreti colpi di mercato come
Zanetti, Ince, Djorkaeff, Moriero, Simeone e
Roberto Carlos (ahia!una fitta alla pancia).
Il presidente, al tempo, sembra avere una gran voglia di spendere. C'è, in lui, la voglia di un
grande colpo, di un acquisto in grado di far sognare i tifosi e di mettere la squadra in condizioni di vincere qualche trofeo.
Moratti un intenditore non lo è mai stato, e men che meno lo era agli inizi della sua avventura interista: questo grande colpo, nell'estate del '97, fatica a trovarlo.
Un giorno, però, a Massimo viene portata notizia di un 20enne brasiliano, rasato, con due
denti della madonna e con uno score di circa
novecento reti in una stagione con la maglia del Barcellona. Guardando i suoi video, MM giunge alla conclusione a cui sarebbe arrivato anche un 9enne (come il me di allora in primis): questo va preso,
questo è buono.Tra il dire e il fare, per una volta, non c'è di mezzo niente. Moratti va al
deposito, prende una cinquantina di sacchi e manda in Spagna, in cambio di un aitante ed
avvenente giovanotto di Rio de Janeiro.
Cinquanta sacchi in cambio del più forte giocatore al mondo, in cambio di
un'attrazione vera, di un alieno, di un qualcosa che su un campo di calcio (ma anche di basket, di pallavolo, di tennis e di tutto il resto) non si era mai visto.
Fin dal primo, straordinario anno, tutti gli interisti amano alla follia questo ragazzo capace di cose impossibili. L'Inter è al
centro del mondo: è la squadra del
Fenomeno.
Per me, che avevo cominciato da poco a "tifare", quel
dentone brasiliano era più che un idolo. Era
una religione, era il mio Dio, era qualcosa che mi rendeva veramente felice. Ci vedevo, oltre che un fuoriclasse immenso, anche un bravo ragazzo, un bell'esempio per tutti, uno che nonostante la celebrità non aveva dimenticato le sue umili origini; uno mai sopra le righe, mai inopportuno, un grande professionista. Aveva tutto per entusiasmare gli adulti, figuriamoci i bambini.
Poi, dopo quell'anno che, nonostante la
vergogna che lo ha macchiato indelebilmente, rimane comunque bellissimo,
l'inizio della fine. Un grande Mondiale, chiuso come tutti sappiamo. Una stagione a mezzo servizio, nella quale riesce comunque a tirare la carretta in mezzo alla bufera, fermato solo da una brutta serie di infortuni, l'ultimo dei quali piuttosto serio.
La sfiga pare non abbandonarlo: anche l'annata successiva comincia male, con un brutto guaio al ginocchio sinistro.
Sei mesi fuori. Mesi di riabilitazione, di allenamenti in solitudine, in preparazione del
grande rientro, quello atteso da tutti. Sullo sfondo, una squadra bruttissima che senza il suo faro stenta come sempre, guidata da un allenatore ancora più
squallido.Poi, finalmente, il
ritorno. Tutti davanti alla televisione, tutti bramanti, vogliosi di rivederlo dare spettacolo sul campo. Cinque minuti, un paio di squilli, tutto sembra andar bene. Poi uno scatto, una finta, un'altra, e il
tendine rotuleo del ginocchio destro saluta e se ne va, portandosi con sè un bel pezzo di quel centravanti
unico ed irripetibile.
Due anni di stop, carriera a rischio. Una serata di tristezza e lacrime per tutti, lui soprattutto.
La botta è di quelle forti, di quelle che i più non riuscirebbero a reggere. Lui invece trova la forza per rialzarsi, aiutato da una società che gli è sempre stata vicina e soprattuto da un uomo, Massimo Moratti, che lo ha amato anche forse
più di noi. Un anno e mezzo dopo torna in campo dal primo minuto. E' il
9 dicembre 2001, l'Inter gioca a Brescia, lui fa come se niente fosse accaduto e segna uno dei due gol che regalano la vittoria alla sua squadra.
E' l'inizio della rinascita.
Prisco, che morirà 3 giorni dopo, sarà stato contento di essere riuscito a goderselo per un'ultima volta.
La stagione prosegue, tra qualche acciacco. Tutte le volte che scende in campo, il numero 9 è decisivo, tranne che nell'
ultima partita, quella più importante dell'anno. La sua assenza non è giustificata, le sue lacrime stavolta non commuovono nessuno. Si capisce che
qualcosa si è rotto, ma si fa finta di niente, per non pensare al peggio.
Peggio che, dopo averlo visto stravincere un mondiale da
protagonista assoluto, si materializza qualche mese dopo, nell'ultimo giorno di mercato. Per la prima volta, Ronaldo dimostra di essere un uomo davvero piccolo, e chiede di essere ceduto alla società che lo ha
resuscitato sportivamente. L'affare si fa, l'ex idolo lascia tra
fischi e insulti gli stessi tifosi che fino a pochi giorni prima che lo amavano alla follia, e che da lui si sono sentiti
traditi come e forse peggio di quando qualche donna (o uomo) li ha fatti soffrire.
Lascia tutto questo per andare a giocare in una squadra già piena di campioni e di prime donne, dove lui è soltanto uno dei tanti. Lascia il Meazza, dove era un re, per stadio che gli mostrerà niente di più di una cortese
indifferenza per circa 5 anni.
Tutti noi ci siamo sentiti traditi da questo comportamento, tutti noi ce l'avevamo a morte con Ronaldo per averci voltato le spalle; eppure, sotto sotto, continuavamo a sperare in un suo
ritorno, in una sua redenzione.
Poi, un giorno di gennaio del 2007, l'ennesimo tonfo al cuore:
Ronaldo è del Milan.
In quel giorno, per me e penso anche per qualcun altro, finisce la storia di Ronaldo. All'apprendere questa notizia, ci siamo sentiti tutti derubati, traditi ancora una volta, nel peggiore dei modi.
Dieci anni prima, il Fenomeno al Milan non poteva essere altro che una
barzelletta, un po' come Maldini all'Inter o
Totti alla Lazio. Nel gennaio del 2007, invece, l'assurdo diventa realtà.
Averlo visto con quella maglia mi dà tuttora il
voltastomaco. Vederlo segnare nel derby, poi, non l'avrei immaginato nemmeno nel peggiore degli incubi. Eppure, la pochezza di quest'uomo ha fatto sì che tutto questo avvenisse realmente.
L'avventura milanista dura un anno, fino all'ultimo
crac, quello che lo ha riportato in Brasile. Niente da ricordare, se non le sue performance da
fotografo nella finale di Atene e i capelli lunghi suggeriti da
Berlusconi. In mezzo, Andreinha ed altre grandi gnocche.
Tornato in Brasile, l'ultima
bassezza. Essendo Ronaldo tifossisimo del
Flamengo da sempre, i proprietari del club di Rio forniscono al Fenomeno le proprie strutture per la riabilitazione, fiduciosi sul fatto che, a terapie ultimate, questi possa firmare per loro e coronare quello che era anche il suo sogno.
Sennonchè, una volta tornato abile ed arruolabile, Ronaldo
gira le spalle al Flamengo e firma per il
Corinthians, gli acerrimi rivali.
Cose da pazzi.
Sebbene per me non esista da un paio d'anni, oggi non sono riuscito, per quanto abbia cercato di farlo, a non andare a vedere la sua recente doppietta in campionato; e per quanto abbia cercato di
resistere, a vederlo girarsi in un fazzoletto, saltare l'uomo e metterla nell'angolino,
un sorriso mi è scappato.